Attaccamento al lavoro: generazioni a confronto

Una nuova generazione sta iniziando ad affacciarsi al mondo del lavoro e a maturare le prime esperienze professionali: i Millennials.

Si definiscono Millennials (o Generazione Y) tutti coloro nati tra il 1980 e i primi anni del 2000, nati (nativi digitali) o cresciuti in adolescenza (immigrati digitali) in un mondo in cui gli scambi comunicativi avvengono a principalmente livello globale. La crescita in questo contesto, caratterizzato da cambiamenti tecnologici, economici e societari molto rapidi, ha fatto sì che i Millennials presentino caratteristiche molto differenti, sia in termini di personalità che di ambizioni, rispetto alle generazioni precedenti (Baby Boomers e Generazione X), che rappresentano la maggior parte della forza lavoro attualmente impiegata nelle aziende.

Diverse generazioni hanno differenti modi di vedere il lavoro

Vediamo ora quali sono le caratteristiche principali di queste tre generazioni di lavoratori.
I Baby Boomers nati tra il 1946 e il 1960, credono nel valore della collettività e nelle relazioni faccia a faccia, presentando un grande attaccamento al lavoro ritenendo fondamentale l’esperienza sul campo rispetto al titolo di studio.
Con la Generazione X, nata tra il 1960 e il 1980, iniziano i primi cambiamenti in termini di valori. Messa in ombra dalle conquiste e dalla forte crescita della generazione precedente, la Generazione X manca di una forte identità sociale e cresce in un contesto caratterizzato da eventi epocali come la Guerra in Vietnam, o la fine della Guerra Fredda. I nati in questo periodo presentano una generale mancanza di fiducia nel futuro nonostante maggiore apertura nei confronti delle differenze e una visione del lavoro più distaccata.

La recente diffusione capillare degli strumenti tecnologici ha ridotto, per i Millennials, le distanze percepite tra le persone nelle diverse parti del mondo. L’avvento dei social e della comunicazione virtuale hanno fatto sì che i Millennials instaurino relazioni caratterizzate da una maggiore informalità e indifferenza date anche da aspetti di personalità narcisistici e da una maggiore fiducia nelle proprie capacità, anche se non sempre supportata da risultati concreti. È negli atteggiamenti nei confronti del lavoro che i questi ultimi si distaccano maggiormente dalle generazioni che li hanno preceduti. La diffusa precarietà ha causato una perdita di fiducia nella stabilità lavorativa, vedendo svanire il mito del “posto fisso” e obbligandoli a rimettersi in gioco e cercare nuove opportunità professionali più di frequente rispetto alle generazioni precedenti. Questo, unito ad alti livelli di autostima e alla consapevolezza delle proprie possibilità, riducono il tempo di permanenza nello stesso ruolo e nella stessa azienda e aumentano la frequenza dei cambiamenti lavorativi alla ricerca di condizioni migliori. L’attaccamento al lavoro tipico dei Baby Boomers è calato progressivamente nel corso del tempo; il lavoro, per i Millennials, è diventato un’attività necessaria al sostentamento e al raggiungimento dell’indipendenza dalla famiglia, ma di cui farebbero a meno nel caso in cui potessero avere altre fonti di guadagno. Parallelamente, cresce l’importanza del proprio tempo libero da dedicare ad attività di svago, non collegate alla sfera professionale.

Aumentare la redemption dei Millennials: consigli per le imprese

È chiaro quindi che una delle caratteristiche principali dei Millennials è la tendenza ai frequenti cambiamenti lavorativi, alla ricerca di condizioni e contesti che li soddisfino maggiormente.
Ma cosa possono fare le aziende per attirare questi giovani professionisti e aumentare le possibilità di trattenerli?
È necessario instaurare un buon rapporto fin dai primi incontri, definendo un chiaro contratto psicologico sin dalle prime fasi del recruting. Il contratto psicologico permette infatti di stabilire le credenze, percezioni, aspettative e obblighi reciproci tra il dipendente e il datore di lavoro; è fondamentale che queste informazioni vengano comunicate e discusse con il candidato in modo tale da chiarire da subito di quale lavoro si tratta e cosa si ci aspetta da lui. La chiarezza iniziale non scongiura del tutto il pericolo di abbandono da parte del candidato in seguito ad insuccessi o al mancato raggiungimento di obiettivi. Per ridurre al minimo questo pericolo e per gestire correttamente una generazione che ha sempre ricevuto riscontri e gratificazione immediata dagli strumenti tecnologici, è importante aumentare la frequenza dei feedback, che non possono essere a cadenza annuale ma mensile, settimanale o persino giornaliera. Il risultato, in aziende che hanno già implementato questo sistema, è un calo degli errori e un miglioramento della relazione tra manager e dipendenti.

Dal momento che la Generazione Y mostra un minor attaccamento all’attività lavorativa e una predilezione per i momenti di svago, un buon metodo per attirarli è fornire loro soluzioni per migliorare la conciliazione tra lavoro e vita privata. Ciò non si deve tradurre in politiche di job sharing o lavoro ripartito, ma è necessario ripensare gli orari e i luoghi di lavoro, aumentando la flessibilità e sfruttando al massimo la possibilità di essere sempre connessi con le nuove tecnologie. Le politiche di smart working, che permettono di lavorare da casa o con un orario flessibile, sono infatti molto apprezzate soprattutto dai Millennials che, come emerge da uno studio di Berke (2004) condotto su persone da 18 a 34 anni, sono tre volte di più rispetto alle generazioni precedenti disposti a rinunciare ad un 10% del loro stipendio per una maggiore flessibilità lavorativa.

Infine, perché un’azienda riesca ad attrarre e trattenere questa nuova generazione, è molto importante che si faccia portatrice di valori che i candidati sentono affini alla propria moralità, come il rispetto per l’ambiente, l’impegno nel sociale o l’attenzione alle risorse umane. Molto più che nelle generazioni precedenti, la componente valoriale ha un forte impatto sulla decisione finale di entrare o meno in un’azienda, come dimostrato da uno studio condotto da Deloitte nel 2016 sui Millennial italiani nati dal 1982 al 2004. Nelle interviste è infatti emerso come il 60% dei partecipanti “più senior” e il 55% dei “junior” di fronte ad una scelta professionale si fa influenzare dai suoi valori. Se, infatti, i Baby Boomers davano la precedenza alla stabilità lavorativa, i Millennials sono persino disposti a rifiutare un posto di lavoro in un’azienda che non opera in modo sostenibile (56%) o incarichi che vanno in contrasto con la propria etica professionale (49%).

La nuova sfida delle aziende è quella quindi di rendersi appetibili sia venendo incontro ai Millennials, per quanto riguarda le condizioni di lavoro sia, soprattutto, di trovare un punto di incontro negli aspetti valoriali che guidano l’azienda e i candidati. Come ha detto Simon Sinek, famoso autore e motivatore statunitense, “l’obiettivo non è solo assumere persone che hanno bisogno di un lavoro; è assumere gente che crede in ciò in cui credete voi” perché, “se assumete qualcuno solo perché sa fare un lavoro, lavorerà per soldi, ma se assumete persone che credono in ciò in cui credete voi, lavoreranno per voi con sangue, sudore e lacrime.”

SCR
Associato CRESCITA

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